< Retour

L’esergo dell’opera riporta opportunamente un passo dell’Anticristo di Nietzsche, che, nel solco di Pindaro, evocava la terra degli Iperborei, raggiungibile “né per terra né par mare […], luogo – o non luogo – di una felicità perduta per l’uomo moderno, “aldilà del ghiaccio, del freddo, della morte”. Le parole di Nietzsche aprono e chiudono il volume e ben riassumono l’interrogativo cui G. Lambin prova a rispondere in un libro agile e scorrevole (127 pagine), ma non semplicistico: Chi sono gli Iperborei? La terra iperborea era per gli antichi chimera o realtà geografica? Atlantide nordica o frontiera possibile, come i riferimenti sparsi nelle fonti sembrano adombrare? Lambin ripercorre le etimologie antiche con chiarezza nelle prime pagine, rivisitando le occorrenze del sedicente « etnico » in Omero, Esiodo, Pindaro ed Erodoto, apparentemente univoche nell’individuare una popolazione ὑπὲρ Βορέας (p. 9), aldilà di Boreas, nonostante i dati relativi alla terra iperborea non siano sempre coerenti e non dipendano solo dalla collocazione geografica, variamente individuata nelle regioni nordiche dei leggendari monti Rifei o in quelle occidentali della Gallia (p. 21), ma sempre in una lontananza insieme geografica e temporale. Ogni pista interpretativa è esplorata con rigore e con un piglio divulgativo apprezzabile, nonostante qualche schematismo eccessivo, con un interesse privilegiato per i testi nella prima parte del volume. In questo modo, le fonti relative alla geografia degli Iperborei vengono presentante e discusse nella loro interezza (come le sovrapposizioni con le epiclesi divine già arcaiche) per dimostrare l’implausibilità di una conclusione definitiva sul reale significato del termine iperboreo: “Notre unique certitude est que les Grecs ont eu le sentiment qu’y était exprimé l’idée d’un « au-dessous » (p.14), l’idea, cioè, di un popolo lontano, caratterizzazione permanente, ma felice. Ben indagato è il rapporto con Apollo, a partire dalla controversa attestazione del Catalogo delle donne, passando per Alceo (nella citazione di Imerio), Callimaco e per le occorrenze di età successiva, greche e latine. La testimonianza di Alceo e quella più lacunosa di Esiodo, con l’oscura menzione dell’Eridano (fr. 150 Merkelbach-West), aiutano Lambin a sorreggere l’ipotesi della datazione alta del mito degli Iperborei “bei capelli” e a spaziare – in rapide rubriche numerate -tra le diverse fonti e le diverse proiezioni fantastiche sottese. L’excursus relativo alla poesia lirica è pregevolmente esaustivo, laddove evidenzia, come nel caso di Pindaro, il mosaico delle notizie e delle tradizioni riferibili al popolo mitico. La partita interpretativa è legata soprattutto al noto episodio erodoteo delle due fanciulle Iperoche e Laodice (e ai loro doppi più antichi, Arge e Opi), inviate a Delo e mai più tornate in patria (Hdt. IV, 33), tanto da giustificare la scelta degli Iperborei di non inviare più emissari con doni rituali, ma di lasciarli alle frontiere perché di lì venissero portati da un popolo all’altro. Il culto del sema di Iperoche e Laodice, presso l’Artemision di Delo, è oggetto di una trattazione ampia che tiene conto delle successive varianti, da Mnasea a Posidonio, a Plutarco. Lambin mette giustamente in rilievo l’idealizzazione del popolo degli Iperborei, già presente nella poesia di Pindaro[1] e poi mitema costante fino alle voci di Pausania e di Plinio il Vecchio. L’autore si districa con maestrìa nella mole delle occorrenze relative alla tradizione degli scambi tra Greci e Iperborei, che lascerebbero pensare alla costruzione di un’alterità etnica dalla consistenza più precisa di quella che si ritrova per altri popoli come gli Etiopi. Inverando un topos non isolato, tuttavia, che forse avrebbe potuto essere utilmente messo a servizio di confronti più puntuali, gli Iperborei diventano i portatori di una saggezza dalle tonalità quasi ascetiche, come dimostra la leggenda di Abari, viaggiatore parlante greco ma di costumi sciti, evocato da Erodoto in preterizione a IV, 36 e già noto a Pindaro, come poi celebrato soprattutto nel perimetro degli autori filosofici.

Il libro avrebbe forse beneficiato di una maggiore unitarietà di analisi perché non è ben chiara al lettore, in assenza di un avant-propos, la ragione non  tanto della distribuzione, ma del bilanciamento degli argomenti – nell’ordine: Un peu d’étymologie pour commencer (p. 8), Les témoignages anciennes (p. 14), Quelques Hyperboréens (p. 59), les faits archéologiques (p.81), Les faits historiques (p.83),  De Dodone à Délos (et retour) (p.93), Les Hyperboréens (p.97) – , seguiti da una bibliografia selettiva e da un indice dei nomi degli autori. La divisione interna non evita qualche ripetizione nell’analisi, come nel caso della rubrica n. 38 (p.71), che riprende e amplia il motivo delle fanciulle iperboree, già introdotto al n. 16 e al n. 20 (rispettivamente consacrati a Erodoto e a Callimaco). Certo, in queste pagine l’analisi della leggenda di Opi e Arge e di Iperoche e Laodice è meglio messa a fuoco e posta in rapporto allo spazio cultuale di Delo e alle molteplici difficoltà interpretative legate alle offerte rituali nelle diverse configurazioni narrative e cultuali e nella stratificazione tra religione popolare e versioni locali del culto. Ciononostante, si fatica a cogliere un disegno d’insieme nella parcellizzazione insistita dei materiali. Troppo rapido e, credo, sacrificabile nell’analisi il passaggio allo spazio archeologico (p. 81), mentre la sintesi dedicata alla storicizzazione del culto e dei suoi rapporti con quello maggiore di Apollo è ben resa (cfr. soprattutto n. 49), così come la rotta per ampio tratto euboica delle offerte a Delo, lette in funzione di un baratto silenzioso tra popoli non coinvolti dall’uso della moneta (p. 93). Nel giudizio di Lambin, se i Greci non hanno praticato queste forme primitive di scambio, hanno riconosciuto ai popoli che se ne servivano una morale nobile e virtuosa. La leggenda degli Iperborei e delle offerte alla frontiera dimostra poi un altro interesse: « que d’autres peuples pouvaient bien exister, et même être localisé plus ou moins précisément les uns par rapport aux autres » (ibid.). In modo convincente, Lambin lega l’identità misteriosa degli Iperborei e la loro inafferrabilità storica al prisma cangiante del noto e dell’ignoto. Se Delo, nell’arcaismo rituale che la unisce a Dodona, diventa il fulcro complementare di una catena sacrale ininterrotta e il luogo privilegiato della riattualizzazione di un’antica stratigrafia religiosa, gli Iperborei perdono, per Lambin, il legame esclusivo con Borea e si proiettano in una dimensione oltre-umana e iper-mortale (p.103), lontana prima nel tempo e poi nello spazio, per risolversi in un gioco di dissolvenze, nel quale il piano di una « saggezza barbara » e quello di una ritualità antichissima si riconfermano come prioritari nelle fonti (p. 112). In definitiva, un buon volume di sintesi, che non rinuncia all’esame minuzioso e diacronico delle fonti, ma si candida a raggiungere anche una platea più ampia di lettori, nel dinamico inseguirsi degli interrogativi e delle ipotesi.

 

Paola Schirripa, Milano

Publié en ligne le 23 juillet 2026.

[1] X Pyth., vv. 40 ss.