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Il volume di Amandine Gouttefarde, sviluppo di una tesi dottorale e edito per i tipi de l’Harmattan, rivisita una materia, pur battuta, di indubbio interesse tanto per lo specialista quanto per un pubblico di taglio alto, e la indaga puntigliosamente, talora incorrendo nella riproposizione non sempre perspicua di alcune parti dell’analisi. Nelle arcate di un’ampia discussione critica, l’opera ambisce a coprire tutta la letteratura (il corsivo è intenzionale) greca di età arcaica e classica sull’esilio. A un’introduzione generale articolata (vedi infra) seguono tre parti, una prima incentrata sulle cause dell’esilio, una seconda dedicata alle sue rappresentazioni e una terza che mira a inquadrare i problemi inerenti alla dimensione temporale della pena. Le tre sezioni ospitano quattordici capitoli, fittamente paragrafati; i quattro capitoli della prima sono dedicati rispettivamente all’esilio « tirannico » di età arcaica, all’esilio ad Atene in epoca democratica, all’esilio nei regimi oligarchici e all’esilio volontario. Dettagliata la rassegna dei casi storici, soprattutto per quanto attiene il paragrafo dedicato all’ostracismo ateniese (cap. II, p. 58-77), che ritesse la cronologia delle condanne attestate e ben le inquadra nel contesto della nascente democrazia. L’esame della legislazione di età democratica si salda all’analisi della rappresentazione del processo popolare a teatro (p. 87 ss.) con un focus sulla tragedia e su alcuni casi paradigmatici: il bando pronunciato dal coro nei confronti di Clitennestra nell’Agamennone, il tribunale popolare dell’Oreste di Euripide, il vacuum procedurale nell’OT. La tragedia occupa uno spazio privilegiato nella disamina e negli interessi dell’autrice, ma spesso, come in questo caso, si interpone un po’ troppo repentinamente all’analisi storica, che ritorna nelle pagine successive, dedicate ai processi privati e ai processi dei generali.

Il terzo capitolo elegge a oggetto di studio gli anni convulsi dei colpi di stato oligarchici ad Atene, ripercorsi sotto la lente di ingrandimento delle reciproche condanne all’esilio comminate dalle fazioni antagoniste di oligarchici e democratici. Il quarto capitolo indaga l’esilio volontario, riletto attraverso un’analitica rassegna di autori: Omero, Eschilo, Euripide, Aristofane, gli oratori attici e gli storici.

La seconda parte contiene quattro capitoli che illuminano il rapporto tra esilio e lotte di potere in Omero e nei tragici (capitolo V), esilio e contaminazione (capitolo VI), esilio e sventure (capitolo VII), spazio ed esilio (cap. VIII); il IX e il X capitolo sono invece incentrati sulla comunità (con un esame delle fonti storiche in merito) e sull’etopea degli esuli con particolare riguardo alle figure di Democede, Senofonte, Diogneto ed Evagora (les bons exilés), Democede (le mauvais exilé) e il divisivo Alcibiade, nella polifonia del ritratto storico, oratorio e filosofico.

La terza parte del volume (Fin de l’exil et exil sans fin) raccoglie il capitolo XI (Intégrer une terre d’accueil), XII (Le retour des exilés), XIII (L’exil éternel), XIV (L’exil comme métaphore), che ruotano intorno al tema dell’integrazione e del ritorno degli esiliati, per concludersi con una riflessione sulla dimensione più filosofica, discussa nei paragrafi 1 e 2 del XIV capitolo: Métaphores de l’exil au théâtre e L’exil métaphorique dans la pensée de Platon et la pensée néoplatonicienne. Alla conclusione generale segue una bibliografia analitica, suddivisa al suo interno, forse un po’ troppo minuziosamente, nelle sottocategorie: I. Editions de référence, II Editions complémentaires, III Etudes sur l’exil et l’ostracisme (suddivisi al loro interno in approches historiques et approches littéraires), IV. Ouvrages géneraux sur les périodes archaique et classique (sotto-rubricati in: 1. Approches culturelles 2. Approches littéraires et philologiques), V. Ouvrages complémentaires (ulteriormente suddivisi in : 1. Auteurs antiques 2. Auteurs modernes). Completano l’opera un indice degli autori, un indice critico e un indice generale accurati.

Amandine Gouttefarde offre al lettore un viaggio mirabolante nella letteratura e nell’immaginario greco di età arcaica e classica, compiendo uno sforzo titanico di lettura trasversale del tema dell’esilio tra generi ed epoche differenti, lettura che ha il merito di ricostruire l’aneddotica e i topoi antichi, così come lo sfondo storico, senza mai sottrarsi al confronto con i testi e soprattutto con il lessico greco dell’esilio, restituito fin dall’introduzione (p. 17 ss.). Materia di elezione è senza dubbio la tragedia, spesso utilizzata come cartina di tornasole dell’immaginario greco dell’esilio e come controcanto letterario della partita politica che si consuma nella polis, e più di frequente citata in originale, con buoni apparati di traduzione e commento.

La qualità indubbia di una vasta scelta, sventagliata su autori, epoche e generi differenti, con una sicura padronanza dei contesti, del lessico e della lingua, come dei rapporti intra- e meta-testuali, si rivela, tuttavia, in taluni casi, un limite inevitabile e invalicabile, perché l’ampiezza dei riferimenti non può sfuggire a un’archiviazione quasi catalogica di situazioni narrative e storiche, persino ripetute; valga l’esempio di Il. XXIV, 480-82, che ricorre a p. 189, p. 338, p. 415, perché rubricato più volte, ma fondamentalmente senza aggiunte sostanziali all’analisi linguistica relativa al termine θάμβος, allo « stupore attonito » che coglie i presenti di fronte alla vista di un omicida riparato in casa di un ricco, nel gioco di una celebre similitudine omerica. In questo senso, il criterio di distribuzione della materia non è sempre univoco, né sempre comprensibile: la disamina tematica si perde in mille rivoli e si ripropone nei diversi capitoli e nei diversi paragrafi (a volte con interpretazioni non del tutto collimanti, vedi infra). L’esempio di Iliade XXIV, 480 s. è palmare: il passo è citato una prima volta in greco, nel capitolo VI, relativo al tema della contaminazione, e altre due volte, nei capitoli XI (Intégrer une terre d’accueil) e XIV (L’exil comme métaphore). Una prima difficoltà, di ordine più formale e tipografico, nasce da una svista, credo accidentale: la traduzione del passo, proposta a p. 189, è sostanzialmente diversa da quella che ricorre nelle due citazioni successive. Una seconda difficoltà è ingenerata proprio dalla scelta di riprodurre i medesimi versi, anziché inserire un semplice rinvio in nota, per presentare, dapprima, la controversa assenza del motivo della contaminazione in Omero (sulla scorta degli esempi forniti dall’analisi di B. Eck[1]), successivamente, in un paragrafo troppo breve per essere conclusivo, le condizioni della nuova dimora dell’esule, e, infine, la possibile rilettura platonica del brano omerico. L’effetto di questa riproposizione è molto spesso confusivo per chi legge; in riferimento al tema della nuova residenza dell’esule, l’accostamento tra il passo omerico e i versi 513-14 dell’Oreste e 306‑307 dell’Eracle (p. 338) è, inoltre, discutibile, perché nell’Oreste il problema è proprio quello della contaminazione, del miasma originantesi dai reati di sangue, che « esige » in qualche modo la condanna all’esilio e la purificazione (vv. 514-515 : ὅστις αἷμ’ ἔχων κυροῖ/,
φυγαῖσι δ’ ὁσιοῦν, ἀνταποκτείνειν δὲ μή), nell’Eracle, viceversa, il pericolo prospettato da Megara è quello della cortesia effimera che i padroni di casa riservano agli ospiti in esilio, pur in presenza di un legame amicale, nell’Iliade, per contro, come si evince dall’analisi prospettata dalla stessa autrice alle pagine 189 ss., l’omicida non è colpito da contaminazione e, ad eccezione di due casi (Epigeo e Teoclimeno, cfr. Il. XVI, 570-576, Od. XV, 277), di fatto trova ospitalità abbastanza facilmente presso la corte di qualche signore. Più in generale, il trattamento riservato da Omero all’assassinio non si lascia iscrivere nelle medesime coordinate religiose che si affermano nella temperie della città democratica e che sono riverberate nella tragedia euripidea con compiacimento arcaizzante, come correttamente afferma Gouttefarde (p. 193). Proporre un confronto tra i tre passi ci appare, dunque, un po’ arbitrario, perché le tre situazioni si richiamano certamente, ma traducono confini mentali, interdetti e costumi non sovrapponibili tout court.

Sembra, in questo modo, prevalere, nel testo di Gouttefarde, la tendenza ad assimilare erranza, esilio, cacciata, apokeryxis, deportazione di guerra. Questa tentazione universalizzante può ben essere giustificata dalla volontà dell’autrice di riguadagnare lo studio letterario per un tema, quello dell’esilio, da sempre terreno privilegiato dell’analisi storico-politica: «L’exil dans la Grèce antique a été, ces vingt dernières années, le sujet d’une réflexion historique et politique particulièrement prolifique, mais cette réflexion demeure totalement morcelée en littérature» (Introduzione, p. 9). Se, tuttavia, la rivendicazione esplicita è quella di una novità di approccio, intenzionalmente mirante a correggere un orientamento di lettura consolidato, lo sfondo politico, nel doppio riferimento alla polis e alla politeia, è parimenti mantenuto (p. 10) come inquadramento necessario, «pour contextualiser l’exil en parlant des trois pincipaux régimes politiques des deux grandes périodes que nous traitons», ma, a quel punto, si fatica a capire il modello ultimo soggiacente all’analisi letteraria. Se «l’exil est une donnée primordiale pour mesurer l’évolution de la cité» (p. 419), includere nella traiettoria dell’analisi l’erranza di Odisseo, in parte sulla scorta dell’analisi di N. Sultan[2], e in ragione della condanna di Eolo, pronunciata nel X libro (vv. 70-76), non ci sembra del tutto condivisibile: se è vero che Odisseo provoca o suscita incolpevolmente l’ira degli dèi e si espone alla loro punizione, la strategia dell’Odissea è ab origine costruita non sulla necessità dell’esilio, anche laddove si voglia dare al termine un’accezione estensiva, ma, viceversa sulla necessità, anzitutto narrativa, di un nostos infelice (l’espressione è di A. Camerotto[3]), che è, però, pur sempre un nostos, una marcia di ritorno, di reinsediamento e di riappropriazione del proprio ruolo sociale (si vedano ad esempio Od. III, 230 ss.; V, 220, VI, 311): quanto più lo scarto tra il desiderio individuale del nostos e l’esito finale è netto, tanto più riuscita e integrale risulta l’investitura eroica di Odisseo: basterebbe citare i vv. 229‑235 del III libro, nei quali Atena, sotto le spoglie di Mentore, mette in guardia Telemaco dal dare per scontata la morte del padre: è infatti preferibile un ritorno « differito », dopo aver molto sofferto (v. ἄλγεα πολλὰ μογήσας), piuttosto che una morte in casa propria, come quella toccata ad Agamennone.

Più convincente risulta la démarche imboccata nell’introduzione, che, dopo uno status quaestionis aggiornato, presenta uno studio lessicale documentato (p. 17 ss.) e un esame attento delle oscillazioni semantiche e della densità linguistica della galassia di termini inerenti all’esilio. L’analisi efficace della famiglia lessicale di φυγή, forse la più sfuggente del greco, può rendere ragione della scelta dell’autrice di includere tra gli esiliati anche figure a nostro parere lontane dal tema, come quella di Sataspe (p. 179), che è in realtà più simile a un personaggio dall’allure mitica o novellistica, al quale è imposta una prova « eroica » (ἄεθλον), la circumnavigazione della Libia, puntualmente fallita (Hdt. IV, 43: Χέρξης δὲ οὔ οἱ συγγινώσκων λέγειν ἀληθέα οὐκ ἐπιτελέσαντά τε τὸν προκείμενον ἄεθλον ἀνεσκολόπισε); proprio l’esattezza dell’informazione geografica fornita da Erodoto, l’agonalità del contesto e il fallimento dell’impresa da parte di Sataspe, che vede confermata così la propria condanna a morte, già in precedenza comminata, non permettono, a nostro avviso, di equiparare la condizione del personaggio erodoteo a quella di un esule. Vale lo stesso per la figura di Democede, inventariata tra gli esuli « volontari », laddove il testo di Erodoto ci sembra molto più neutro, così come l’intera vicenda del personaggio non pare rientrare nelle coordinate dell’esilio. Democede si allontana da Crotone (III, 131: πατρὶ συνείχετο ἐν τῇ Κρότωνι ὀργὴν χαλεπῷ· τοῦτον ἐπείτε οὐκ ἐδύνατο φέρειν, ἀπολιπὼν οἴχετο ἐς Αἴγιναν.), sopraffatto dall’ira paterna e si sposta per ragioni professionali, conteso da Egineti, Ateniesi, Samii e Persiani. Anche nel caso di Demarato, i confini per disegnare un esilio volontario ci sembrano piuttosto labili e sfumati, ridotti forse solo al riscontro di VII, 3: φ??????????????????????υγὴν ἐ????????????????πιβαλὼν ἑ???????ωυτῷ ἐ?κ Λακεδαίμονος. L’intero montaggio della vicenda da parte di Erodoto, nel VI libro, a partire dal capitolo 63, porta a porre l’accento, al contrario, non sull’esilio volontario (semmai una partenza inevitabile e forzata dalle condizioni esterne), ma sulla destituzione proditoria (κατάπαυσις, Ηdt. VI, 67), che non lascia alcuno spazio politico a Demarato, il quale, come molti altri greci illustri, ripara in Persia obtorto collo. Altrettanta cautela ci sembra si imponga nel caso di alcuni personaggi femminili, come Cassandra, le Danaidi, Io o le Baccanti. Si fatica a vedere in Cassandra (vedi p. 261 ss., p. 391, con un rapporto più evidente tra esilio e morte), vittima e preda di guerra la figura di un’esiliata stricto sensu, nozione che invece è perfettamente spendibile per personaggi sotto minaccia di subire a stretto giro una condanna, come Clitennestra e Medea, a meno naturalmente di non insistere quasi esclusivamente sulla dimensione di distanza dolorosa e forzata dalla patria, secondo la chiave di lettura adottata da Gouttefarde (p. 262), rinunciando in questo caso a vedere nell’esilio la controparte della lotta interna per il potere, all’interno di un quadro che deve assumere quasi forzatamente connotazioni politiche, anche solo in nuce; allo stesso modo l’abbandono dell’oikos da parte delle Baccanti non è immediatamente sovrapponibile a un destino di esilio e qualche perplessità solleva l’analisi dell’erranza di Io (p. 169 ss., 269 ss.). Il caso degli Uccelli è invece diverso: citati come esempio di trasfigurazione letteraria dell’esilio volontario (p. 134-135), sono più correttamente inseriti nel paragrafo sull’emigrazione a p. 355, lasciando intendere che le due condizioni non si equivalgano.

Ricca l’analisi dei contesti storici di guerra (cfr. p. 295 ss.), nei quali si individua correttamente una maggior frequenza di esili di massa anonimi; nel caso di Tucidide, ben circostanziata è la ricostruzione della strumentalizzazione politica delle condanne di massa, anche se un maggior approfondimento avrebbe meritato il gioco incrociato delle suppliche dei democratici e degli oligarchi esuli a Epidamno, proprio perché la doppia battaglia diplomatica trova un suo focus spaziale nell’Heraion di Corcira (Thuc. I, 24, 7) e nella speciosa ricerca di un argomento religioso da entrambe le parti, che forse avrebbe potuto essere inserito nella più vasta riflessione sulla hikesia.

Nonostante l’interpretazione in taluni casi sollevi interrogativi in chi legge, come è normale e persino auspicabile in un testo che vuole proporre una riflessione così ampia e stratificata, il volume di Gouttefarde presenta un vaglio serio delle occorrenze letterarie ed epigrafiche e sbozza un quadro credibile e argomentato dell’esilio e della sua progressiva laicizzazione, consentendo al lettore di misurare la portata di un’arma giudiziaria nel farsi e nel disfarsi del gioco politico e del suo pendant letterario. Isolati i refusi (nella nota 22, p. 191, manca il numero del frammento dell’edizione Merkelbach-West, a p. 193, terza riga, ricorre Œdipe al posto di Oreste) e aggiornata la bibliografia.

 

Paola Schirripa, Université de Genova, Dipartimento di antichità, filosofia e storia DAFIST

Publié dans le fascicule 2 tome 124, 2022, p. 607-611.

 

[1]. La mort rouge, Paris 2018, p. 94, 101-102, 128-129.

[2]. Exile and the Poetics of Loss in Greek Tradition, Boston 1999.

[3]. Fare gli eroi. Le storie, le imprese, le virtù: composizione e racconto nell’epica greca arcaica, Padova 2009.